LA STRUTTURA DELLA NS. FAVOLA METROPOLITANA

corso di perfezionamento Didattica dell'italiano L2


Il mercante di sogni


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C’era una volta, in un Paese lontano lontano, un ragazzino di nome Tahar. Chi era, cosa faceva? E soprattutto, perché dovremmo interessarci alla sua storia? Procediamo con ordine. Innanzitutto il “Paese lontano lontano” era molto più vicino a noi di quanto molti siano disposti ad ammettere: la Tunisia. Nonostante i suoi soli quattordici anni, Tahar aveva un carattere fiero e un grande dono: la capacità di credere nei propri sogni. “Facile a quell’età”, dirà qualcuno storcendo il suo grosso nasone: “A quattordici anni tutti sono capaci di farlo!”. Ma questo ragazzino, dagli occhi penetranti e dai riccioli neri come la pece, era diverso. La sua mamma, di nome Kali, era morta quando lui aveva solo quattro anni, troppo piccolo per conservarne un ricordo preciso. Spesso si sentiva solo e invidiava gli altri bambini che avevano una mamma pronta ad accarezzarli o a sgridarli se sporcavano i loro vestiti buoni. “Tanto io un vestito buono da macchiare non ce l’ho!” pensava Tahar per darsi coraggio. Segretamente, però, quando aveva un problema che lo affliggeva più degli altri, o semplicemente quando si sentiva più solo del solito, chiedeva a sua madre Kali di raggiungerlo in sogno. Ella lo esaudiva sempre e, asciugandogli le lacrime, gli cantava:
“Stella, stellina,
la mamma ti è vicina,
la mamma ti consola,
ti coccola e ti assiste,
non essere più triste.”

Per fortuna, non c'erano solo i sogni a far compagnia al nostro Tahar. Il padre Kalim amava più dei suoi occhi quell'unico figlio che la giovane moglie aveva potuto dargli. Ogni mattina, Kalim metteva insieme sul tavolaccio della cucina un tozzo di pane e qualche dattero secco perché Tahar potesse far colazione. Non faceva mai mancare, in quel banchetto povero ma mai improvvisato, un bicchiere di latte di capra. Un bicchiere appena pieno, che barattava per un sacchetto di curcuma dal suo vecchio amico pastore Habib. Avete capito bene, pregiata curcuma dall'Oriente! Kalim aveva la bottega più fornita del suq di Hammamet. Fagioli neri, henné dal Pakistan, scaglie di sapone d'Aleppo e polvere di pepe di Cayenna si sormontavano l'un l'altro nelle svettanti piramidi che Kalim organizzava con cura ogni mattina, davanti all'uscio del negozio.
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I clienti apprezzavano molto i prodotti di Kalim; tuttavia, da quando il bey aveva imposto l'aumento delle tasse a tutti i cittadini, si erano visti costretti ad acquistare i prodotti economici, ma scadenti, della bottega di Iusuf. Ragion per cui, da un po' di tempo Kalim alla fine del mese riusciva a malapena a pagare i creditori: "Un giorno", diceva, "mio figlio erediterà tutto questo, in un tempo in cui il Bey sarà illuminato, e capirà che anche il netturbino deve profumare il suo cous cous con chiodi di garofano del Madagascar!"

Un giorno, mentre erano a scuola, il figlio del ricco Iusuf, Khaled, parlava ai suoi compagni della meravigliosa festa che i suoi genitori gli stavano organizzando per il suo compleanno, escludendo dal discorso il povero Tahar. Questi, interessato come tutti i bambini al racconto di meravigliosi giochi e fantastici dolci da poter gustare, si avvicinò agli altri, sempre molto timidamente, e, quasi terrorizzato, chiese di cosa stessero parlando. Khaled, con sguardo fiero e sprezzante, gli rispose: "Non sono cose da pezzenti come te!". Ferito e disperato, Tahar corse alla kasba da suo padre, in lacrime, chiedendogli cosa significasse quella brutta parola, "pezzente". Kalim cercò di spiegare al figlio che l'essere povero di beni materiali non era certo un'infamia, perchè loro erano ricchi di amore, di sogni, di speranze ed erano definiti da tutti "brave persone": questa era la ricchezza più grande cui si potesse aspirare.
Da quel giorno Tahar iniziò ad osservare con maggiore attenzione ogni gesto di suo padre: capì che per permettere al figlio di gustare quel bicchiere di latte di capra ogni mattina, rinunciava egli stesso alla sua parte di colazione, iniziò a vedere suo padre invecchiare, dimagrire, fino ad ammalarsi e a dover prendere la decisione di vendere la sua amata e preziosa bottega. Tahar non poteva vedere suo padre spegnersi davanti ai suoi occhi, non poteva accettare che l'infamia cadesse sulla sua famiglia, non poteva perdere quell'ultimo, caro affetto. Disperato, quella sera andò a dormire accanto a suo padre e prima di chiudere gli occhi evocò l'immagine sfocata di sua madre, nella speranza di udire ancora quell'amata voce. Kali non tardò a parlargli in sogno, a cullarlo nel suo ventre materno e a rassicurarlo che tutto sarebbe andato per il meglio: doveva soltanto guardare dentro di sé.

Il mattino seguente un inebriante profumo di gelsomino pervadeva la strada. Erano appena le sette e le donne già maneggiavano da alcune ore gli alambicchi per prepararne la preziosa essenza. Quella mattina Tahar si era alzato molto prima del solito: aveva smesso di piangere, il futuro non lo spaventava più come la sera precedente. L'anziano genitore stava ancora dormendo quando Tahar uscì di casa; lo baciò sulla fronte scarna e lasciò per lui un biglietto con su scritto "Non temere per me, papà. Tornerò presto e ci riprenderemo la nostra bottega".

Cosa aveva in mente Tahar? Partire per l'Italia, proprio come la mamma gli aveva mostrato in sogno; lì lo aspettava un incontro che gli avrebbe cambiato del tutto l'esistenza.

A questo punto non restava che trovare un modo per raggiungere l'Italia, il paese che Tahar, come tanti altri tunisini, immaginava come un luogo magico in cui chiunque può realizzare i propri sogni. Giunto al porto di Tunisi chiese quale fosse la prima nave in partenza per l'Italia; gli venne indicata quella del capitano israeliano Hofer. Non avendo i soldi per pagarsi il viaggio, Tahar raccontò al capitano la sua triste storia, promettendogli di lavorare sodo in cambio di un passaggio per Siracusa. Il capitano, commosso dalle parole del giovane, decise non solo di ospitarlo sulla sua nave ma anche di fare il possibile per aiutarlo. Gli consigliò di rivolgersi, una volta giunto a Siracusa, ad un tale "Padron Toni", noto venditore di animali da compagnia della città. pappagallo.gif Nonostante il misterioso consiglio del capitano, Tahar si fidò e una volta giunto sull'isola andò in cerca dell'uomo. Ma per quanto chiedesse, nessuno sapeva indicargli chi fosse o dove si trovasse "Padron Toni".
"Hofer mi ha gabbato... ma a che scopo?", pensava tra sè e sè Tahar, ormai allo stremo delle sue forze. Fu allora che una voce si aprì la strada tra i canti dei venditori. "Lo trovi nel quartiere di Tiche. Vai e digli che ti mando io".
Quando Tahar si voltò, fu sorpreso di vedere un bellissimo pappagallo con gli occhi a punta di spillo. Ma non ebbe il tempo di proferire parola, perché l'uccello in un batter d'occhio si era dissolto nel cielo blu cobalto.

A questo punto cari lettori penserete: come ha fatto un ragazzo di quattordici anni a partire dalla propria patria, attraversando mezzo Mediterraneo, ad arrivare sano e salvo in una città straniera? Eccovi serviti! Devo dire però che portate un po’ di sfortuna…

Un gendarme vedendolo girovagare tutto solo, con lo sguardo smarrito, lo fermò dicendogli: “Picciriddu, tutto bene? Ti sei perso?” Tahar si trovò davanti un omone in uniforme che stava sfumacchiando una sigaretta, gli faceva ombra talmente era grande.
Spaventato, cominciò a correre per le vie della città. Poi buttò un occhio alle spalle per controllare se era riuscito a seminare il gigante.
Mai occhiata fu più fatale: travolse, inciampando, la bancarella di un fruttivendolo, rovesciando tutta la merce sul marciapiede. Nel trambusto della folla che accorse, però, riuscì dolorante a intrufolarsi in un negozio. Convinto di essere ormai al sicuro, non si rese conto che, invece, un uomo di pelle scura e di corporatura robusta lo stava osservando da quando era entrato. Mohamed, è questo il nome dell'uomo in questione, fingeva di aggiustare vecchi orologi in quello che più che un negozio era un bugigattolo maleodorante. La sua vera attività consisteva nello smerciare, approfittando del fatto che il suo "laboratorio" si trovava proprio nel centro di Siracusa, ogni tipo di "merce".
Mohamed, uomo molto scaltro, intuì subito che aveva davanti un ragazzino solo e indifeso, e pensò bene che avrebbe potuto sfruttarlo per i suoi loschi movimenti. Poichè Tahar si era leggermente ferito nella forsennata corsa, Mohamed con affettata sollecitudine lo soccorse come un padre affettuoso che si preoccupa per il proprio figliolo. Tanto bastò per conquistarsi l' immediata fiducia di Tahar che in quei gesti rivide la premura del suo caro padre.

Per alcuni giorni Tahar aveva accettato di dare una mano lavorando duramente nel negozio di Mohamed, fino a quando una mattina trovò delle armi da fuoco nascoste nella dispensa. Quale fu lo stupore di Tahar è facile immaginarlo: Mohamed, quell'oscuro uomo, trafficava armi che con molta probabilità rivendeva ai mafiosi dell'isola. Impaurito, Tahar fuggì, ma Mohamed lo riacciuffò di nuovo e lo rinchiuse in casa, legandolo. Preso dalla disperazione, Tahar non sapeva come liberarsi, quando all'improvviso vide svolazzare su di lui il misterioso pappagallo che aveva già incontrato nei giorni addietro, il quale lo slegò in un battibaleno con la forza del suo becco.
"Presto, seguimi!!!", gli intimò perentorio il pennuto. Tahar non se lo fece ripetere due volte.
E come fu come non fu, si ritrovò nella luce accecante del giorno.
"Allora, te lo ripeto, testone! Cerca Padron Toni!", gli fece il volatile irritato, "Questa volta è l'ultima volta che ti tiro fuori dai guai". E di nuovo scomparve nell'aria.

Tahar si ritrovò nuovamente solo. Iniziò a camminare senza meta e, chissà come, si ritrovò sulla spiaggia. C'era una piccola barchetta che usò come rifugio: si sdraiò e scoppiò a piangere, finchè, vinto dalla stanchezza, si addormentò tra le lacrime. A consolarlo arrivò la dolce mamma:
“Stella, stellina,
la mamma ti è vicina,
la mamma ti consola,
ti coccola e ti assiste,
non essere più triste"
che nel sogno riuscì ad indicare all'amato figliuolo il percorso necessario per arrivare a Padron Toni.

Giunse finalmente al negozio: una porticina lo introdusse in una grande stanza piena zeppa di articoli di vario genere: collanine, braccialetti, anelli e altri oggetti i cui colori venivano messi in risalto dai raggi di sole che filtravano nella stanza. In un angolo della stanza vide un grande uomo dalla lunga barba e con un aspetto burbero che gli faceva segno di avvicinarsi. Era proprio lui: Padron Toni, sembrava che lo stesse aspettando.
Tahar, intimorito, si avvicinò. L'uomo lo accolse con una pacca sulla spalla e gli disse che non aveva nulla da temere. E così, rincuoratosi, iniziò a raccontargli la sua storia e dell'incontro con Mohamed. Padron Toni, udito quanto era accaduto, consigliò al giovane ragazzo di lasciare al più presto l'isola perchè Mohamed lo avrebbe scovato ovunque si fosse nascosto.

Quella stessa sera sarebbe partito con un traghetto alla volta di Napoli. Lì sarebbe stato al sicuro. Padron Toni preparò in gran fretta un sacchetto pieno della merce del suo negozio e lo offrì al ragazzo; quindi lo esortò a contattare, una volta giunto nella città partenopea, Ciro O' Cinese, che lo avrebbe aiutato a guadagnarsi da vivere e a cavarsela. Tahar, anche se spaventato, ringraziò e salutò Padron Toni e, come suggerito, partì.

L'indomandi mattina, quando la nave attraccò nel porto di Napoli, Tahar rimase a fissare a lungo il molo e la fervida vita che vi pullulava. Poi, con gli occhi bassi, scese dalla nave e cominciò a gironzolare senza una meta. Gira di qua, gira di là. Finalmente pensò di fermarsi a mangiare quel po' di pane che gli aveva regalato Padron Toni. Boccone dopo boccone, il pane in men che non si dica scivolò nello stomaco di Tahar senza sortire effetto alcuno: il ragazzo era più affamato di prima! Così, non avendo ancora intenzione di gettarsi nella mischia di una città sconosciuta, anche se non tanto dissimile dalla sua, almeno in apparenza, il giovane avventuriero decise di sciogliere il nodo del sacchetto di iuta e di dare una sbirciata ai doni di Padron Toni. E quale meraviglia nel constatare che, invece delle prevedibili chincaglierie, il sacchetto conteneva un libro dalle pagine bianche, un fazzoletto di lino ed un melograno. Inutile arrovellarsi per capirne il senso. Tahar era un sognatore ed un ottimista, lo si è detto, perciò sorrise, e sorrise perchè sapeva che di lì a poco, certamente, avrebbe avuto bisogno di quei tre oggetti bislacchi. Li ripose, e baldanzoso si lasciò alle spalle il porto di Napoli.
Vagò tutto il giorno ed arrivò fino al centro della città. Giunse in una piazza a forma di luna, ai piedi di un omone di pietra bianca con un libro afferrato in una mano mentre con l'altra sembrava cercasse, invano, di richiamare l'attenzione della fugace folla. Si accasciò su una delle panchine all'ombra della statua e la stanchezza lo condusse repentinamente in un sogno inquietante.
Si ritrovò in un bosco molto fitto, dove mancando un vero e proprio sentiero era molto facile perdersi. Allora pensò di tirar fuori il melograno e spargere i suoi semi in maniera tale da ritrovare la strada del ritorno nel caso il bosco non portasse da nessuna parte.
Si svegliò di colpo, il senso di smarrimento lo aveva invaso e, istintivamente, prese il libro dal suo sacco riempiendo alcune delle pagine bianche con la descrizione del sogno dal quale si era appena destato. Sentiva che potesse avere un significato interessante e provò a rifletterci sù. Forse quel melograno gli avrebbe indicato davvero la direzione giusta da prendere! Dopo aver riflettuto un po', prese il melograno e lo aprì. Quale meraviglia nello scoprire che ogni acino del frutto era d'oro! Ne staccò uno istintivamente ma subito ne ricrebbe un altro identico a quello che aveva staccato. Tahar, che era un ragazzo saggio, capì subito che quella poteva essere la sua fortuna o la sua sciagura; tutto dipendeva dall'uso che avrebbe fatto di quella ricchezza infinita.

Nel frattempo a Siracusa, Mohamed, dopo aver cercato disperatamente il ragazzo, che ormai era a conoscenza di tutte le sue magagne, per farlo tacere per sempre, venne a sapere della sua partenza e del suo contatto con Padron Toni. La fama di Padron Toni era tale che anche Mohamed era a conoscenza dei suoi occulti poteri; sapeva cioè che tutti coloro che venivano in contatto con lui ricevevano dei doni magici, che ben usati procuravano ricchezza e felicità. Mohamed, dunque, aveva un motivo in più per cercare Tahar.

Intanto il ragazzo, alla scoperta del capoluogo campano, si imbatteva ogni giorno in luoghi, persone, usanze nuove. A questo viaggio "terreno" si affiancava quello nel suo mondo immaginario. Tahar sognava, sognava, sognava...e, come fece per il primo, scrisse tutti i suoi sogni sul libro dalle pagine bianche, anche quelli in apparenza meno significativi. In ogni sogno c'era qualcosa di speciale che, ben interpretato, trovava i suoi riscontri nella realtà e chissà che un giorno quei sogni potessero essergli d'aiuto!
Una notte sognò di essere su una spiaggia, a raccontare favole ai bambini e, mentre raccontava, una forza malefica si palesò ai suoi occhi: era un lupo dagli occhi di fuoco che ringhiava con la schiuma alla bocca. La paura di quell'immagine così viva e così terrificante lo indusse a svegliarsi e a riflettere sul significato di quel sogno... Mohamed era vicino?
Effettivamente Mohamed era più vicino di quanto Tahar si aspettasse. Una volta scovato il negozio di Padron Toni vi si presentò, spacciandosi per un suo zio. Mohamed raccontò di essere stato mandato dal fratello, nonché padre di Tahar, e di avere ricevuto il compito di riportarlo in Tunisia. Il furfante, ahimè, fu molto convincente e riuscì a farla bere al nostro Padron Toni che svelò, in buona fede, la città-nascondiglio di Tahar, ma non solo. Impietosito dalle false lacrime di Mohmed gli disse pure di aver spedito Tahar da Ciro ‘O Cinese e di cercarlo lì. Mohamed non poteva rischiare che un ragazzino gli mettesse i bastoni tra le ruote e soprattutto gli bloccasse i suoi traffici illeciti! Organizzò subito la sua partenza per la città del sole. Dopo una nottata sulla nave, approdò a Napoli. Intraprese così le sue ricerche per arrivare dal famoso Ciro. Cominciò a curiosare, girovagando per la città e bevendo settemila caffè nei bar per poter raccogliere tante informazioni e soprattutto capire quali fossero le più esatte. Nel frattempo, però, per Tahar qualcosa stava cambiando…

Era giorno di mercato e la piazza del borgo di Sant'Antonio Abate era affollata di massaie. Ai tavolini del caffè sedevano gli anziani conversando. Al centro del gruppo più animato di avventori sedeva il Reduce, un vecchio asciutto ed energico che soleva raccontare le sue avventure di guerra. Anche i giovani sfaccendati tendevano l’orecchio e, a tratti lanciavano frizzi, per provocarlo e poi ridere alle sue spalle.Reduce.jpg
Proprio in quel momento, il vecchio narrava, accompagnandosi coi gesti, uno dei suoi aneddoti più avvincenti.
- "C’era nebbia fitta, da non vederci a due passi, e camminavo nella terra di nessuno, portando sulle spalle un compagno ferito. Si lamentava di continuo e io non sapevo dove fosse il nemico …."Zitto, zitto!" Gli dicevo. E quello a lamentarsi più forte, a chiamare la mamma. Capii che rischiavamo di essere presi e ammazzati tutt’e due. Allora, morto di stanchezza, lo appoggiai a terra, il più delicatamente possibile. E quello, piangendo più forte, mi disse: “Non lasciarmi qui a soffrire"...Allora gli tappai la bocca con la mano, mentre la destra mi correva d’istinto alla baionetta. Non so che avrei fatto in quel momento, col freddo, la nebbia e pattuglie di Greci tutt’intorno a noi…. Ma il Signore ebbe pietà della mia anima …..

Tra i giovinastri intorno qualcuno iniziò a sghignazzare, già sapendo come andava a finire la storia.

- Sentii un rumore cadenzato alle mie spalle, mi voltai e dalla nebbia emerse il muso di un asino: eravamo salvi!
- Davvero? Ma com’era quell’asino speciale? E che ci faceva in giro per la campagna da solo?

Tutti ridevano a crepapelle, di fronte alle lacrime di commozione che scendevano lungo le gote del vecchio.
- Asini siete voi! Non era una bestia, quella. Gesù Cristo in persona, era …

Il gruppetto di avventori si disperse. Qualcuno scuoteva la testa, altri commentavano:
- "Brutta cosa, la vecchiaia". -"
- "Si è mai visto un miracolo così, il Signore apparire in forma d’asino?"

Rimasto solo, il Reduce si accorse che Tahar lo guardava affascinato. - E tu, almeno tu ci credi?- gli chiese l'anziano Reduce. Tahar annuì vigorosamente.
Non conosceva ancora molto bene la lingua italiana, ma era molto affascinato da quello strano linguaggio usato dal vecchio, simile alla nenia che la sua mamma gli cantava sempre in sogno. Forse fu grazie a quel suono familiare che Tahar comprese la domanda del vecchio e che, per lo stesso motivo, il vecchio capì quel che il ragazzo gli rispose nella sua lingua.

- Anche mio nonno, che vive in un villaggio vicino a Tunisi, diceva sempre che il suo asino era una benedizione di Allah, e tutti lo prendevano in giro per questo.-
Il vecchio gli carezzò la testa e, insieme, volsero lo sguardo al cielo dove un pappagallo planavaPappagallo.jpg con abilità pilotando un atterraggio perfetto sulla spalla di Tahar.
- Ciro, Ciro Ciro...- ripeteva il pappagallo e a Tahar venne in mente Ciro "O' Cinese", la persona che Padron Toni gli aveva suggerito di cercare una volta arrivato a Napoli.
- Signore, Ciro O' Cinese? - chiese Tahar
- Ciro O' Cinese? ...e certo che lo conosco, ma tu cosa ci devi fare con lui? - rispose il Reduce.
- Lui aiuto me, lui può!-
- Questo pappagallo è tuo? Come si chiama?-
E volgendolo sguardo verso il pennuto, Tahar gli sorrise tentando di ripetere la parola "pappagallo" - Lui, papà-gall -
- Piacere di conoscerti Papà-gall - disse il vecchio porgendo la mano rugosa al pappagallo.

Si osservarono per un pò, poi il Reduce estrasse dalla sua tasca un braccialetto di bambù a cui era attaccata una pietra di corallo su cui erano incise le lettere N S.
- Queste sono le iniziali del mio compagno ferito...quello che portavo sulle spalle e che avrei abbandonato morto...quello che ha salvato la mia vita....ci credi che la mia storia è vera?.-
-Ti credo...forse chi è solo, chi come noi è messo ai margini della società si cerca, si crede perchè non ha nulla da perdere...e soprattutto sa leggere le cose e le persone in profondità.-
- Ma tu sei di Tunisi? come mai sei qui?- Tahar cominciò a raccontare la sua storia ed il Reduce raccontò di sè.
- Prendi questo braccialetto, ti porterà fortuna, sei un ragazzo sensibile e mi piaci!.-

Si diressero verso Capomiseno, dove, come affermò il vecchio Reduce, avrebbero trovato Ciro O' Cinese.
occhio_blu.jpgQuando misero piede in quella che per Tahar era una strana casetta sulla strada, accolti da una donna seduta alla porta intenta a ricamare un grosso manto di lana - Con questo caldo?!, pensò Tahar - la gioia fu tale per il ragazzo da tenerlo immobile per i primi cinque minuti, aggrappato con tutte le sue forze alla gamba del vecchio Reduce. Riprendendosi lentamente da quella sensazione che lo faceva sembrare Pinocchio "nel paese dei balocchi", Tahar si sentì afferrato per un braccio da una bambina che lo guardava con due occhi pieni di brillanti. Maria lo trascinò in mezzo a quella moltitudine di bambini che scrivevano, disegnavano, suonavano, cantavano e gli mostrò un banchetto come se quello dovesse essere il posto assegnato proprio a lui, Tahar Soliman. Le attività dei bambini si interruppero all'ingresso di un uomo alto, magro, con i baffetti su un muso sottile e due occhi a mandorla. Il silenzio tuonò nella stanza.
- Benvenuto nella Scuola dei Talenti Trovati, Tahar! - sentenziò l'uomo
- Come fa a sapere il mio nome?" Farfugliò nella sua testa Tahar, ormai in preda alla confusione.
- Qui potrai, come tutti i bambini presenti, allenare le tue doti per essere ricordato da tutti come "Tahar, il Mercante di Sogni". Io sono Ciro O' Cinese e tu sei nel posto giusto. Maria ti ha già mostrato il tuo banco, lei sarà la tua guida.-

Non ci volle molto tempo perché Tahar capisse in che posto si trovasse e quale fosse il suo compito. Grazie, soprattutto, all'aiuto di Maria.
In quella piccola casetta che, nonostante la calura estiva, era fresca come può esserlo un giardino all'ombra di alberi di palma, tutti i bambini contribuivano all'andamento del nucleo "familiare". C'era Biko, dal Kenya, detto "Maradona" per il suo casco di capelli ricci; Ela, dalla Romania, detta "Sofia Loren" che, mentre si impegnava nelle faccende domestiche, sognava di essere un'attrice famosa; Albert, dalla Slovenia, detto O' Scienziato perché amava fare strani esperimenti con qualunque cosa gli capitasse a tiro, avanzando strampalate teorie; Maria, napoletana, detta A' Brillante per quei suoi occhi verdi e profondi come smeraldi.
Questi erano solo alcuni dei bambini che ogni mese entravano e uscivano da quella strana scuola, dove imparavano a fare cose straordinarie, a coltivare talenti che un giorno avrebbero mostrato al mondo. Il direttore, Ciro O' Cinese, quella scuola l'aveva aperta da circa dieci anni, quando decise che avrebbe fatto qualcosa per aiutare quei bambini che nella scuola "normale" non erano accettati o che in quella scuola "normale", per un motivo o per un altro, non ci avrebbero mai messo piede. Si trattava comunque di bambini estremamente talentuosi, bambini i cui talenti avrebbe coltivato e protetto dalla brutalità e dall'avidità del mondo esterno, come fossero piccole e delicate piante bisognose di amorevoli cure. Con questo scopo, Ciro aveva fondato la sua Scuola dei Talenti Trovati. Era lui stesso ad andare alla ricerca di questi bambini 'speciali'. Ma alcuni arrivavano da soli, come spinti da qualche forza ultraterrena, come era accaduto per Tahar.

L'idea era quella di affidare a ciascun bambino un compito affinché avessero la possibilità di imparare a cavarsela da soli qualora le situazioni della vita, una volta usciti da quel "nido", lo richiedessero. E così anche Tahar imparò a preparare da mangiare, a lavare i piatti, a rassettare le stanze e a incaricarsi di tutte le faccende domestiche necessarie a rendere la casetta vivibile. Una volta compiuto il proprio dovere, ogni bambino dedicava il resto della giornata alla propria passione. Tahar prese a sfogliare il suo libro dei sogni e per ogni sogno scritto, quelli che lui stesso aveva fatto, ne realizzò delle rappresentazioni grafiche con pennelli e acquerelli. Quando mostrò quei disegni a Ciro, dal sorriso sgargiante del direttore Tahar capì di aver trovato il suo talento nascosto.
Il giorno dopo arrivò a scuola una donna che diceva di chiamarsi Margherita "L'Artista".
In questa città tutti hanno un soprannome, pensò Tahar.
O' Cinese disse a Tahar di mostrare alla donna i suoi disegni e quando gli occhi di questa caddero su quei fogli, cercò la sedia manifestando un mancamento ed esclamò scrutando attentamente Tahar: - Ma tu da dove vieni ragazzo? -
- Tunisia, Hammamet -
- No, da che mondo? Da che mondo vieni? -
Tahar questa volta non capì la domanda che gli era stata posta, ma intervenne O' Cinese che concluse:
- Dal mondo dei talenti nascosti…e noi l'abbiamo trovato! - e scoppiò in una risata così fragorosa che coinvolse tutta la casa, compresa la donna misteriosa che ancora stava cercando di riprendersi da quello che sembrava fosse stato uno choc.
"L'Artista" sarebbe stata la manager di Tahar. Lui avrebbe dovuto solo continuare a coltivare giorno dopo giorno il suo talento affinchè in futuro i suoi disegni sarebbero andati a servizio del mondo.
Intanto Tahar divenne famoso in tutta Napoli con l'appellativo di "Il mercante di sogni".
Il caso volle però che Tahar non riuscisse più a sognare né a rivedere sua madre.
Maria A' Brillante, che era diventata oltre che la sua guida anche la sua confidente, lo rassicurò che avrebbe ripreso di nuovo a sognare e a disegnare. Stesi a pancia all'aria sul pavimento fresco del terrazzino al piano superiore, con lo sguardo fermo sui palazzi circostanti la casa e la mente in viaggio verso altri mondi, Tahar si addormentò mentre Maria gli cantava una canzone di tempi lontani asciugandogli la fronte con un fazzoletto di lino che aveva trovato legato alla cintura del ragazzo.

capomiseno.jpgQuando si ridestò, sul viso la brezza pungente della sera e il fazzoletto di lino umido, Tahar non si rese conto subito del posto in cui si trovava. Scese le scale, chiamò Maria, ma non la trovò. Chiese ai bambini presenti in casa, chi a suonare il flauto, chi a cantare, chi a ballare, dove fosse la sua amica e qualcuno gli disse che era uscita. Si incamminò per cercarla domandando alle persone del quartiere, ma nessuno l'aveva vista in giro.
Arrivò fino alla spiaggia, di corsa, con un'ansia pesante sul cuore. Urlava con tutto il fiato che aveva in gola il nome di Maria ma le parole gli rimbombavano nelle orecchie come tamburi incessanti senza nessuna risposta.
Vai giù fino alla punta, figlio mio, corri…Era la voce di sua madre Kali.
Ma allora è un sogno o la realtà?. Non si fece troppe domande e corse verso la punta di Capomiseno dove trovò…
-Tahar? Tahar svegliati!-
Era Maria, lo stava scrollando, Tahar si sentiva la faccia tutta appiccicaticcia. -Ti sei addormentato mentre stavi disegnando, tutto bene? Sembri aver visto un fantasma! Ma cosa hai sulla faccia? Forse è meglio che ti lavi e fai colazione, ti devo dare una bella notizia.
Si rese conto che il suo stomaco brontolava non poco. Strofinò la mano sulla faccia che si colorò di strane tonalità! Si era addormentato con la faccia sulla sua opera. Ma cosa aveva disegnato? Si capiva che era una spiaggia, e forse si intravedevano delle persone, ma i contorni quasi si confondevano, aveva spalmato tutto il colore con la guancia.
Dopo essersi ben lavato e asciugato si sedette a tavola con gli altri ragazzi e aspettava impaziente di mangiare qualcosa.
"Tahar", disse Maria A' Brillante, "Tieniti forte... abbiamo trovato qualcuno a cui piacciono i tuoi dipinti!".
Tahar sgranò gli occhi, "Chi è?"
"Non ho capito ancora bene" rispose Maria "ma sembra un uomo molto ricco, oggi viene qui per vedere come lavori! Quindi, togliti quegli stracci e metti un vestito decente!"

L'eccitazione si spense al grido concitato di Ciro: "Presto, dobbiamo fuggire via da qui. Siamo stati scoperti!" Senza contestare, i ragazzi agguantarono un po' di cibo dal desco e, presi armi e bagagli, seguirono come ombre Ciro. In un batter d'occhio, montarono tutti su un pulmino sgangherato, che si infilò in un dedalo di stradine polverose, piene di buche. Tahar, se ne stava in silenzio, sentiva gli sguardi degli altri tutti puntati su di sé. "Sembra che sia colpa mia" cominciò a pensare, ma non ebbe il coraggio di chiedere nulla a nessuno.
Purtroppo l'unica colpa di Tahar era quella di essere ricercato da Mohamed, ma nessuno poteva immaginarlo. Dopo una corsa forsennata con il pulmino, Ciro e i ragazzi arrivarono in un casolare molto isolato nei pressi di Varcaturo, una "ridente" località di mare vicino Napoli. Ciro pensava che lì sarebbero stati al sicuro...ma si sbagliava, Mohamed era più vicino di quanto pensassero. Intanto, Tahar cercava disperatamente Maria perchè era molto spaventato, voleva il suo conforto, ma come nel sogno che aveva fatto, la ragazza era scomparsa, non era salita con loro sul pulmino.

Tahar si chiedeva dove potesse essere andata, era preoccupato, ma inutilmente, perchè Maria era al sicuro... con Mohamed. Proprio così, la ragazza era il suo "gancio" a Napoli e con la sua faccia angelica sapeva mascherare molto bene i suoi sporchi affari.
Era stata lei a rivelare dove si trovasse il ragazzo e quindi in poco tempo il terribile uomo avrebbe raggiunto i ragazzi. Eppure forse c'era ancora la possibilità di salvarsi, forse poteva esserci per loro un nuovo giorno ...una nuova vita!
Tahar pensò a sua madre, alle nenie con cui la sera gli allietava il passaggio dalla veglia al sonno, ai lunghi capelli setosi e profumati. Una lacrima scese lungo la guancia e in quel momento sentì il battito d'ali del pappagallo e la sua voce gracchiante che lo incitava a correre e a raggiungere una casupola poco lontana. Si avviò in fretta, consapevole del suo ruolo: era Tahar il "Mercante Di Sogni", non poteva mollare proprio adesso! Di colpo seppe cosa fare: i colori l'avrebbero salvato, anzi, con un pò di fortuna, avrebbero salvato tutti coloro che gli erano cari. Giunse alla casupola senza fiato: il pappagallo era lì, in tutto il suo splendore. Era poggiato sull'album ed in bocca teneva i suoi colori. "Buona notte Tahar..." disse il pappagallo con la voce gracchiante, "Buona notte Papà-gall" rispose Tahar, si accomodò su un giaciglio di paglia e sognò.

Era tutto azzurro. Era in alto... molto in alto. "Allah akbar!" disse Tahar. "Ciao mia piccola stellina", sua madre era al suo fianco, su una nuvola! Eh sì, erano su una nuvola su di una città che Tahar conosceva molto bene. Tunisi!
Sporgendosi non potè fare a meno di avere paura di cadere, anche se era un sogno, "È solo un sogno, è solo un sogno...".
"Fai il solletico alla nuvola" disse la madre. "Cosa?!" Tahar era incerto, "Per convincerla a spostarsi le devi fare il solletico, avviciniamoci un pò o non riusciremo a vedere nulla". Tahar un pò imbarazzato cominciò a solleticare la nuvola che rise come una ragazzina. La convinse a spostarsi più in basso a qualche metro dai tetti delle case e poteva sentire il pungente odore delle spezie provenire dalle loro cucine.
"Là", la madre gli indicò un punto in basso in mezzo alla città. Si stropicciò gli occhi e guardò meglio. C'era un ragazzo che scappava nella folla spintonando le persone per farsi largo e tre uomini che lo inseguivano. Correva come se ne andasse della sua vita ma i tre gli erano quasi addosso e non sembravano avere buone intenzioni. Per sua sfortuna il ragazzo andò a infilarsi in un vicolo cieco e il muro era troppo alto da scavalcare. Gli uomini si avvicinarono lentamente per accerchiarlo, nonostante la distanza Tahar poteva vedere le loro facce madide di sudore, non doveva essere stato facile prenderlo. Il ragazzo tentò un paio di volte di arrampicarsi al muro ma era senza appigli e non faceva altro che riscivolare giù. In quel momento si girò per fronteggiare i suoi aggressori e Tahar rimase a bocca aperta, senza parole. Il ragazzo era proprio Mohamed, nient'altro che un giovane Mohamed. "Andate via, non ho fatto niente di male" disse, "Sì invece!" urlò uno dei tre, "Come hai osato anche solo avvicinarti a nostra sorella, vile!", disse il secondo estraendo un minaccioso pugnale, "Addirittura osare baciarla, un pezzente come te! La feccia come te non dovrebbe nemmeno esistere! Ma non aver paura, tra qualche minuto non sarà più un problema". Il terzo era il più arrabbiato dei tre, Tahar sapeva che in una città come Tunisi, dove il vecchio e il nuovo coesistevano e dove nei mercati potevi trovare delle televisioni ma anche gli ingredienti per una pozione magica, era ancora estremamente importante rispettare le caste, soprattutto per i ricchi. Mohamed combattè per salvarsi la vita ma fu sopraffatto in poco tempo. "Fermi, vi prego!". Una donna entrò nel vicoletto gridando.
"Vi prego fermi, non fategli del male!" si accasciò al suolo piangendo. Era di una bellezza ultraterrena. I capelli ricci incorniciavano il viso di una dea ed era pericoloso guardare in fondo a quegli occhi di colore scuro in cui potevi perderti.donna_tunisina.jpg
La sua pelle olivastra era risaltata dal suo bellissimo vestito di costosa seta sotto il quale si potevano notare le forme delicate di una giovane donna. "Non uccidetelo, lasciatelo andare e vi giuro che farò tutto quello che volete!", singhiozzava. "Mi dispiace Halima, ma questa feccia deve pagare per la sua insolenza. Lo appenderemo alla forca!". In quel momento ci fu un lampo. Colori svolazzanti riempivano il vicoletto ed era difficile vedere cosa stava succedendo da lassù. "Mamma, ti prego scendiamo, devo vedere!". Tahar fece ancora il solletico alla nuvola che scese quasi a toccare il suolo. Saltò giù e corse verso la nube colorata. I muri erano tutti macchiati di colori, due dei tre fratelli si trascinavano al suolo completamente colorati. Si tenevano la pancia ma non era dolore. Tahar si rese conto che stavano... ridendo! Si sbellicavano dalle risate. "Hahahahaha", esclamò il primo fratello. "Hahaha, hehehe!", gridò di rimando il secondo. La scena era diventata improvvisamente comica per Tahar che sorrise perché vide chi aveva causato ciò. Il terzo fratello era ancora in piedi e stava fronteggiando un uccello che voi lettori conoscete molto bene. Era il pappagallo! "Maledetta cornacchia, stai fermo così posso infilzarti!". "Parlami più lontano dal becco per favore, hai un alito mefitico, sverrò dalla puzza se mi rivolgi ancora la parola!". "Maledetto", disse il fratello cercando ancora inutilmente di colpirlo con il pugnale. Il pappagallo allora lo beccò proprio in mezzo alla fronte e in quel punto, come per magia, esplose una macchia di colore azzurro e poi giallo che colorò il terzo fratello. "Hahoha, ha!", allora disse il fratello. "Hoho! Hihaha", risposero i due che a terra cominciavano a riprendersi. Il discorso non faceva una piega.
Intanto la donna si era avvicinata a Mohamed per controllare che stesse bene. "Mohamed! Scappa ti prego, vai via e non tornare! Io ti resterò fedele per sempre!". Mohamed allora la baciò un'ultima volta e poi scappò via dal vicoletto, diretto verso il porto. Intanto i fratelli si alzarono e gli gridarono "Si, scappa! E non ritornare, perchè noi ti aspetteremo e se ti rifarai vivo ti uccideremo!". Mohamed allora si girò e disse con il viso serio "Tornerò invece, farò fortuna, sarò ricco, tornerò e sposerò vostra sorella! È una promessa! È un voto che faccio direttamente ad Allah". Detto questo si girò e riprese la sua corsa. Il pappagallo intanto era scomparso e Tahar si affrettò a risalire sulla sua nuvola e facendole il solletico si riportò in alta quota. "Hai capito Tahar?", disse sua madre. "Si, ho capito..."

“Stella, stellina,
la mamma ti è vicina,
la mamma ti consola
ti coccola e ti assiste
non essere più triste.”

Lo carezzò sulla fronte e vi stampò un bacio.

Tahar si svegliò di soprassalto, aveva una mano premuta sulla bocca, era Mohamed che lo stava portando via di peso. Arrivato in una baracca lo scaraventò a terra senza tanti complimenti e disse "Qui siamo abbastanza lontani e non ci sentirà nessuno mentre ci facciamo una chiacchierata". A quel punto, sfilò dalla cintura un grosso coltello dall'aspetto poco rassicurante, "Siamo alla resa dei conti", disse. Tahar notò che in un angolo rilucevano i suoi ferri del mestiere, album e colori, non sapeva però come distrarre Mohamed per arrivarci, nè dove trovare il tempo per utilizzarli in quella situazione. Aveva bisogno di più tempo. In quel momento entrarono tutti i ragazzi accompagnati da Ciro e da... Padron Toni! Che ci faceva lì? Troppe domande, era il momento di scattare! Allungò velocemente le mani verso l'album ma... "Non così in fretta!", disse Mohamed spiccando un balzo verso di lui e tagliandogli la strada. "Pensi che Maria non mi abbia detto niente, bamboccio?". In quel momento si ripetè la magia. Padron Toni, quel vecchio appesantito dagli anni e non solo -sappiamo tutti che aveva una bella pancia- battè rumorosamente le mani tre volte e in un vorticoso attimo colorato si trasformò... divenne il pappagallo. Mohamed rimase impietrito, aveva sicuramente riconosciuto il pappagallo e fu abbastanza svelto da schivare la prima, ma sicuramente fatale, beccata. "Allora sei tu l'uccellaccio?", disse. "Se avessi saputo che sarebbe finita così non ti avrei di certo aiutato, sei una delusione", gracchiò il pappagallo. Era il momento giusto, Tahar agguantò l'album e i colori e cominciò freneticamente a disegnare. Non ricordava perfettamente, ma non c'era assolutamente un attimo da perdere. Il pappagallo e Mohamed continuavano a girarsi intorno, una volta si faceva avanti uno, tentando una beccata, una volta si faceva avanti l'altro, tentando un affondo. I ragazzi impietriti non riuscivano ad intervenire, spaventati dall'arma. Ciro, dal canto suo, non sapeva come rendersi utile, essendo armato solo di una padella. "Sai perchè ti ho seguito fino a Siracusa? È stato l'amore che provava Halima a convincermi, sono venuto per vedere se davvero ti importava qualcosa, ma ti sei arreso troppo presto". "Non nominarla!" gridò Mohamed, "Non è stato facile sopravvivere lì e non ho incontrato nessuno che mi aiutasse. Se era così importante per te potevi aiutarmi! E invece ho dovuto cavarmela da solo!". "Diventando un poco di buono?", disse il pappagallo. Gli occhi di Mohamed diventarono lucidi per i ricordi.

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Tahar intanto aveva finito...
"Ehi!" disse, "guarda qui..."
Il disegno era perfetto, sembrava quasi una foto. Ritraeva una bellissima donna dai capelli ricci. Era ritratta mentre aspettava al porto e guardava speranzosa i volti di quelli che scendevano da una nave mercantile.
Mohamed a quel punto aveva le lacrime che scorrevano sulle guance. "È inutile! Non posso tornare indietro, è troppo tardi!", urlò. "Guarda che lei ti sta aspettando", disse Tahar. A quel punto il pappagallo aveva campo libero per colpire, ma non lo fece. Preferì invece dire: "Non ho mai visto un amore più puro, questo è vero amore, non si trova facilmente e non va sprecato. Per quante poche volte è possibile vederlo al mondo, dal mio punto di vista non hai nemmeno il diritto di rifiutarlo. Ti sta aspettando, e non gli importa cosa hai fatto, ma cosa farai. Si è sempre in tempo per rimediare."
Mohamed lasciò cadere il pugnale, prese il disegno tra le mani, e seguì, con volto sereno, l'avanzare del ragazzo. Tahar gli sorrise, sapeva che lo spregiudicato nemico era stato sconfitto. Davanti ai suoi occhi c'era un altro Mohamed, così, stringendo entrambe le mani dell' uomo, disse: "Ti ho restituito il tuo sogno, non hai bisogno d'altro!". Il pappagallo, interrompendo il suo volo, si posò sulla spalla dell'uomo e piegò la testa, sussurrandogli all'orecchio: "Mohamed! Mohamed! Ascolta Tahar! Ascolta Tahar!". Frastornato ma felice, Mohamed chinò il capo, riguardò il disegno: "Le tue manine mi hanno donato quanto c'è di più prezioso al mondo! Credere in un sogno significa ritrovare qualcosa di realmente tuo. Tahar, adesso lo so! Avere qualcosa in cui credere è sentire battere la vita in ogni istante!". E nel dire ciò, l'uomo non staccò mai gli occhi dall'immagine dell'amata.
Ben presto la storia del Mercante di Sogni raggiunse tutto il paese e gli abitanti lo circondarono d'affetto. Quel ragazzino minuto, arrivato da un paese lontano e che parlava un italiano strano, era riuscito a scavare nel profondo dei sentimenti di Mohamed, noto a tutti per la sua spietata crudeltà. Tahar era ancora il ragazzo umile e modesto di sempre, ma stavolta nessuno più avrebbe potuto definirlo "pezzente" e ignorare la sua ricchezza d'animo.
Con tale dote e con l'esperienza che aveva accumulato realizzò un altro sogno: ritornare nella sua città e aiutare il padre nella rinascita della sua meravigliosa bottega. Il Mercante di Sogni Tahar aveva perseguito il suo obiettivo.

Il resto della storia venne quasi da sè. Tornato ad Hammamet, dopo aver riabbracciato il povero padre, Tahar gli consegnò senza indugio il melograno magico con cui risollevare le sorti della bottega. Poi, pensò alla sua di felicità: mettersi all'opera offrendo il suo talento a chiunque avesse avuto bisogno di tornare a sognare.
Armato di pennelli e carta, assistito dal fedele Mohamed, Tahar disegnava i sogni delle persone che affollavano il negozio, ormai diventato una galleria di speranze. Grazie alle dolci parole di Kali, che accorreva in sogno della povera gente che aveva creduto in Tahar, questi disegni magicamente diventavano reali. Fu così che Tahar fu apprezzato in tutta la città per i suoi disegni, che donavano speranza e piccole gioie ai sognatori "credenti"! Intanto il ragazzo lavorava al suo sogno più grande: fare della Tunisia un paese da cui non bisognava più scappare ma un paese in cui i sogni si potessero realizzare.


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- IL LUOGO
Tunisia "viaggio on the road" da Hammamet a Siracusa a Capomiseno e Varcaturo.


- I PERSONAGGI

Protagonista principale: Berbero Tahar (14 anni, povero, padre Kalim prima ricco commerciante, poi andato in rovina) orfano di madre Kali, bello, dotato di qualità artistiche.
Antagonista: Mohamed, scissionista, ladro ed intrallazzatore, 42 anni è in Italia, gestore di una rete di prostitute clandestine.
Aiutante: pappagallo


- LA VICENDA
Tahar viene in Italia e approda dopo mille peripezie a Napoli, vende sulla spiaggia chincaglierie, ha doti artistiche che sfrutterà durante il suo soggiorno partenopeo e gli daranno l'opportunità di diventare conosciuto e famoso, nonostante i numerosi ostacoli che inconterà.



- LA DURATA
estate del 2011


- LA CONCLUSIONE

Morale: Qualcuno decide di metterli in un cassetto, qualcun altro vi si rifugia per sfuggire alla realtà. Pochi aiutano gli altri a farli senza aver paura...i sogni, quei luoghi oscuri, misteriosi, magici che hanno la capacità di renderci la vita più saporita. Perché smettere di sognare o decidere di non farlo quando un giorno "il sogno realtà diverrà"?...finché ci credi, ovvio!